L’operatore di comunita terapeutica: chi é e cosa fa
1.1 Chi é l’operatore di comunità
terapeutica ?
L’analisi degli aspetti che compongono la personalità
dell’operatore di comunità terapeutica, rivela dati interessanti.
Indica che i professionisti che scelgono di lavorare in questo campo
possiedono tratti di personalità simili a quelli dei residenti
(similia curantur?) e un interesse per la psicoterapia e la
pedagogia,sostenuto da desideri riparativi inconsci verso le proprie
figure genitoriali interne.A tali conclusioni per lo meno giungono gli
studi di Websby R., Menzies D., Dolan B. e Norton K. (1995) sulle
tipologie psicologiche in comunità terapeutica e di Khaleelee O.
(1994), sui test per individuare motivazione e possibilità di
sviluppo professionale tra chi intende diventare operatore di
comunità. Mentre il primo studio (nella comunità
Henderson Hospital) rivela che la maggior parte dei membri dello staff
e dei residenti di una comunità hanno in comune il tratto
di personalità junghiano, definito introverso intuitivo, per
intenderci quello che favorisce l’insight insieme alla
percezione dei significati e di varie possibilità e connessioni,
l’altro studio indica quattro categorie motivazionali per chi
sceglie di lavorare nelle comunità terapeutiche
psichiatriche:
1. perché inconsciamente si sono identificati con
un’immagine di madre “danneggiata”, che vogliono
cercare di riparare comportandosi meglio di lei;
2. perché si sono identificati inconsciamente con un individuo
“deprivato/danneggiato” (il paziente psichiatrico) e
per questo vogliono che stia meglio;
3. per cercare di riparare inconsciamente la propria relazione con una
rappresentazione interna di padre ‘danneggiato’ o
addirittura che ha causato “danni” reali. Per molti,
infatti, l’autorità paterna recepita come assente o
sadica,ha condotto ad un’incapacità di forte
identificazione con l’autorità maschile;
4. semplicemente, per il vantaggio che un’esperienza di vita in
comunità può rappresentare per lo sviluppo professionale
e della propria carriera.Winnicott (1944) dal canto suo, nel libro Il
bambino deprivato pur senza l’ausilio di test psicometrici, aveva
indicato le caratteristiche ideali dell’operatore nella 1.
stabilità emotiva, 2. capacità di assumersi
responsabilità, 3.capacità di apprendere
dall’esperienza, 4. capacità di agire in modo schietto e
spontaneo nei confronti degli eventi e dei rapporti di cui é
fatta la vita. Detto questo non si renderebbe giustizia al desiderio di
verità se si tralasciasse di menzionare, tra le motivazioni
inconsce per la scelta professionale dell’operatore,
l’influenza che esercita la sua stessa dose di masochismo,
più o meno sublimato.
Questa nozione é rilevante per chi dovrà esporsi al
dolore psichico ed alla frustrazione per lungo periodo. Onde prevenire
il fenomeno del burn-out, o per evitare che per lo meno, questo giunga
troppo presto, bisogna permettere all’operatore di scoprire la
dose massima di malessere che il suo masochismo gli permette di
tollerare.
Sebbene quest’affermazione possa apparire denigratoria rispetto
allo spirito umanitario con il quale un individuo abbraccia il compito
di operatore, essa si fonda tuttavia su una percezione condivisa da
molti “addetti ai lavori”.
Ciò in pratica comporta che non tutti gli operatori sono
emotivamente gli stessi e non tutti possono offrire il meglio della
propria professionalità lavorando in base ad un orario standard
ugualmente distribuito tra tutti gli altri suoi colleghi. Sappiamo per
esperienza che chi si sentirà in grado di lavorare solo due
giorni la settimana in comunità, garantirà meglio quella
presenza, e con resa qualitativamente maggiore, rispetto a chi si
sentirà costretto a subire un orario di lavoro più lungo,
che lo indurrà ad esaurire troppo presto il suo potenziale di
amorevole tolleranza. L’obiezione sollevabile a questo punto,
é che, così facendo, il numero di operatori lievita
troppo, minando l’aspettativa della continuità dei
rapporti terapeutici.Sebbene sia vero in parte che il numero delle
figure professionali così aumenta, e con esso anche i costi
gestionali, non bisogna dimenticare che nel setting di comunità
socializzare é tanto importante quanto ogni altra forma di
terapia.
Pertanto, l’arricchimento della comunità con vari
operatori, i quali, condividendo una stessa cultura riabilitativa
assicurano le loro presenze ad intervalli regolari, avviene
all’insegna del concetto di ritmicità: nozione questa,
peculiare ed intrinseca all’ambiente facilitante giacché
é proprio il ritrovamento dell’oggetto in maniera ciclica
a renderlo affidabile al punto da poter essere internalizzato.
Non tutti sono adatti a svolgere il compito di operatore di
comunità. Dal momento che riabilitare in psichiatria significa,
abilitare ab initio soggetti con esperienza di privazioni emotive,
ovvero fornire loro esperienze di legami di crescita all’interno
di relazioni significative, é necessario che prima di impegnarsi
ad affrontare un compito così delicato, si spenda un periodo di
prova di circa 3 mesi esposti alla vita e allo stile operativo di
quella data comunità (autoselezione).
Questa partecipazione potrà permettere, al buon intenzionato, di
apprendere se, quanto, per quanto tempo al giorno e fino a quando
potrà garantire il proprio impegno sia al gruppo dei
residenti sia a quello degli operatori.
1.2. Che cosa fa in generale
Le cose che l’operatore di comunità può fare
possono essere poche o molte, sbrigative o profonde, egli può
essere più o meno protagonista nel processo di trattamento.
Abbiamo già accennato nel capitolo 2 che il compito generale
più importante dell’operatore é quello dello
scambio d’informazioni con lo staff sugli utenti, sui fatti che
accadono in comunità, le confidenze che si raccolgono in
particolari momenti. In aggiunta, la sua funzione é
costantemente duplice: protettiva e creativa. Deve proteggere la
comunità
dalle minacce interne ed esterne e deve creare opportunità
d’apprendimento in un’atmosfera non clinicizzata. Riguardo
alla prima, siccome in comunità dobbiamo essere sempre in grado
di rispondere alle richieste di autorità quali polizia, giudici,
carabinieri, ogni operatore ha l’obbligo di registrare e scrivere
tutto, e quanto più possibile, sui registri e sulle cartelle dei
pazienti. In caso d’incidente, infatti,
questa pratica salverà, operatore e comunità,
dall’accusa certa d’imperizia, imprudenza o negligenza, che
gli avvocati delle controparti muoveranno ai giudici proprio contro gli
operatori e la comunità nel suo insieme.Abbiamo visto quanto sia
importante saper valutare il rischio di violenza o danno che un
utente possa esercitare contro se stesso o gli altri, incluso
l’operatore. Non documentare quel che si fa, comporta
anch’esso il rischio di subire “violenza morale” per
le potenziali accuse che potrebbero provenire da eventuali ispezioni
sanitarie o peggio ancora dal sequestro di documentazione clinica.
La funzione creativa, invece, é espletata in tutti i modi
possibili ed immaginabili che permettano occasioni di relazioni, grazie
all’applicazione delle prerogative dell’ambiente
facilitante. Chi avrà compreso bene queste due grosse categorie
di concetti, può star certo di poter agire da operatore
“buono abbastanza” e potrà certamente crescere
lavorando con soddisfazione, in ogni Comunita' Terapeutica. Tuttavia, per far sentire
ancora più sicuro e professionale il futuro operatore,
accludiamo una serie di schemi che aiuteranno a riconoscere la propria
posizione mentre si lavora in una Comunita' Terapeutica propriamente detta.
La figura 1 elenca una serie di compiti che riguardano l’operatore di comunità.
Abbiamo scelto quelli che secondo noi e secondo altri autori sono i
più rilevanti, pur considerando che molti altri compiti
d’importanza specifica non sono citati in
quest’ambito.
2. Il ruolo dell’operatore di comunità in pratica
1. Membro della comunità/casa/istituto a tutti gli effetti
2. Preservare limiti e confini all’interno della struttura
necessari perché la comunità funzioni
terapeuticamente
3. Opportunità di esperienze di apprendimento
4. Fare interventi terapeutici nei gruppi
5. Capacità di utilizzare l’autorità in modo non
difensivo ma democratico e facilitante il cambiamento
6. Badare alle dinamiche della comunità e al coinvolgimento emotivo degli operatori
7. Gestione delle relazioni esterne
8. Da non dimenticare:
- proteggere la struttura
- creare nella struttura
(tratto da "La Comunità Psicoterapeutica - Cultura ,Strumenti, Tecnica" A. Lombardo- II
edizione 2007 - Franco Angeli Editore)
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Ultimo aggiornamento: 2006-09-04