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Nel quadro della rivoluzione psichiatrica iniziata 20 anni fa, e nelle
more delle priorità pratiche indicate nei vari progetti
obiettivi per la Psichiatria degli ultimi anni, la terapia
riabilitativa di comunità terapeutica propriamente detta assume
due scopi generali principali.
Primo quello della lotta contro la cronicità, intesa come stato
di perdita di abilità sociali continuato, immodificato dalle
risposte collusive e non mutative dell’ambiente. Secondo quello
di ridurre il costo sanitario che il peso di un problema psichiatrico,
trattato sia col solo intervento ambulatoriale, o nelle cliniche
private, non é in grado di alleggerire.
La lotta alla cronicità si attua attraverso la promozione
dell’autonomia, della crescita personale e della capacità
di adattamento di un individuo disagiato, fornendogli i mezzi per
sfuggire all’arrendevolezza seduttiva del ruolo di "bisognoso per
sempre" che ogni giorno di più l’ambiente gli rimanda man
mano che i tentativi di guarigione medica vanno a vuoto.
Le modalità con le quali le comunità terapeutiche
intervengono per opporsi a questa specie di costosissima valanga
entropica verso l’inabilità non può prescindere
dalle 2
funzioni principali dell’organizzazione comunitaria: quella
terapeutica e quella educativa. La prima tendente a lenire il malessere
ed il danno traumatico della psiche, la seconda ad insegnare a vivere
meglio l’handicap attraverso l’esperienza di crescita
personale in ambiante adeguato.
Se é evidente che per raggiungere questi scopi la qualità
di un servizio di comunità terapeutica, ha meno a che vedere con
le caratteristiche del "dove" si attua il trattamento, quanto invece
sul "come" lavorare per raggiungere gli obiettivi citati; se é
evidente che meta dell’intervento di comunità non é
principalmente guarire da una malattia mentale quanto equipaggiare la
persona a vivere meglio nonostante la sua malattia, allora é
anche evidente un’altra cosa: che tutto il gergo,
l’impalcatura concettuale, i criteri di valutazione e di
misurazione che vanno bene in medicina, sono fuori posto, ovvero sono
misure non valide e affidabili, per determinare la qualità delle
comunità terapeutiche. Il concetto stesso di esito, per esempio,
non può essere identico a quello applicato in medicina per i
risultati degli interventi medici sulle malattie; questo modo di
concepire l’esito va benissimo come indicatore di qualità
del modo di intervenire su sintomi e malattie. Nel campo delle
comunità terapeutiche invece, proprio perché si
interviene principalmente sugli aspetti sani (residui se vogliamo) di
personalità bisognosi di sviluppo e cambiamento, il concetto di
esito non é né valido né adatto: sarebbe un
po’ come voler valutare su dei bambini l’esito di
un’educazione ebrea o impartita da famiglie del circo, rispetto a
quella di genitori entrambi psichiatri psicoanalisti o di religione
mussulmana.
Con questo in sostanza voglio dire che la qualità di un servizio di
comunità terapeutica può essere, e deve essere, valutata in altro modo.
Ovvero, in prima istanza, in base al
metodo che questa adotta per espletare le esigenze del mandato e
assolvere al compito di:
fare in modo che la persona malata modifichi il suo grado di
inabilità psicosociale, apprendendo dall’esperienza, per
dirla con Maxwell Jones. Apprendendo, cioè, a vivere meglio,
attraverso l’esperienza del non essere trattato principalmente
come handicappato, ma come persona con numero di inabilità da
ridurre.
Intanto, in attesa di idonea ricerca italiana sull’efficacia
riabilitativa di un certo approccio di comunità più che
di un altro, i criteri di affidabilità per
l’accreditamento della qualità delle CT, possono essere
garantiti con fiducia dalla qualità del training specifico
svolto dagli operatori sul metodo dell’approccio di
comunità.
Il "come", ovvero la metodica efficace dell’approccio di
comunità che da decenni garantisce in Italia come
all’estero, il risultato del cambiamento, é specifica: ove
saggiamente applicata essa riguarda un assemblaggio ragionato di
responsabilizzazione dei residenti da una parte e dall’altra
l’applicazione di una gestalt di terapie psicologiche, mediche e
occupazionali, che per cultura riabilitativa mirano al cambiamento dei
tratti di personalità devianti o immaturi che si accompagnano al
disagio
mentale di un individuo malato.
Di conseguenza l’idea che possa costituire qualità, per
comunità Brambilla andare spesso in vacanza o che meta
obbligatoria dell’intervento comunitario debba essere per forza
l’inserimento lavorativo di un paziente psichiatrico nel tessuto
sociale e a vari livelli, sostituisce la meta del metodo per cambiare
con quella di un optional di intrattenimento.
Indicazioni specifiche
Premesso quindi che una CT deve garantire ai servizi invianti il
raggiungimento dei due obiettivi principali indicati, (- riduzione
costi e cronicità) é importante che la durata del
trattamento sia efficace: ovvero possibilmente a breve termine (non
oltre i 18 mesi) e valida sotto il profilo costo-beneficio (scarso
utilizzo dei servizi sanitari dopo il trattamento, es. meno ricoveri).
E’ altresì importante che la strutturazione delle terapie
sia organizzata secondo un programma coerente, ben definito e specifico
per il compito che una comunità si impegna a svolgere. Non deve
quindi interessare dove si fa la terapia di comunità ( i metri
quadri, l’altezza dei gradini delle scale, le porte antipanico, i
n. di bagni e le rampe per gli handicappati fisici, ecc.) quanto il
criterio, il procedimento, il sistema degli interventi e la cultura che
si applicano nella struttura per il raggiungimento dei due obiettivi
principali sopra indicati. Non deve interessare al dettame di
qualità se le comunità terapeutiche propriamente dette
sono costrette in questo preciso momento storico nel Lazio a sopperire
alla mancanza di altre strutture alloggiative nelle quali far
continuare ai pazienti riabilitati, il percorso di autonomia del dopo
comunità. Né tanto meno il principio di qualità
deve essere sacrificato al fatto che la maggior parte delle nuove
strutture di comunità, specialmente quelle pubbliche, si
trovano con le mani legate tra pastoie burocratiche e problematiche
sindacali che impediscono al responsabile incaricato di formare o
scegliere il personale più adatto al lavoro di riabilitazione
nella sua comunità terapeutica, o di pretendere legittimamente
di prepararlo attraverso appropriato tirocinio.
Fattore di qualità numero 1
Detto questo, dallo studio del problema insieme ad altri esperti
autorevoli del campo e per la mia esperienza personale particolare, mi
sento sicuro di affermare che nell’area delle comunità
terapeutiche, fattore di qualità numero 1 é la
preparazione adeguata del personale che opera in comunità, a
cominciare dal Direttore responsabile della struttura.
In sostanza, primo criterio di qualità ed indicatore valido e
affidabile della qualità di una comunità terapeutica,
é quello del numero di ore di training al quale tutto lo staff
si é sottoposto (almeno 400 ore), incluso il Responsabile.
Rischio: la riproduzione conscia o inconscia della stessa modalità di operare dei reparti clinicizzati
Il training specifico per ogni operatore dello staff, deve essere
approvato o accreditato da enti predisposti come Scuole di training in
terapia di gruppo oppure alternativamente garantito, ad esempio,
dall’Association of Therapeutic Communities inglese, o da quella
Internazionale, che organizzano workshops di formazione a
scadenze precise. Pertanto il numero massimo dello staff che
abbia completato il training deve essere pari almeno al 50% di tutto il
personale impiegato nella struttura.
Infine il numero di operatori che partecipano annualmente a workshops
formativi sull’esperienza attiva del vivere in una
comunità o ad esperienze terapeutiche di gruppo, costituisce da
solo un altro indicatore della qualità del servizio che si vuole
garantire nella struttura riabilitativa.
Fattore di qualità numero 2
E’ quello della utilizzazione della metodica dell’audit,
ovvero della verifica ad intervalli regolari, dell’operato di
tutta la comunità in relazione alle titolarità
istituzionali dei 2 compiti principali. La procedura di accreditamento
dell’ISO 9000 può servire da modello.
A garanzia della presenza di un sistema autovalutativo
costituirà indicatore di qualità l’utilizzazione
strutturata di alcuni strumenti di valutazione idonei (e/o di
software specializzato) che possa accompagnare il percorso evolutivo
della formazione continua dello staff sul lavoro (training in action).
Si tratta in pratica di munirsi e di applicare un programma
attivo e strutturato di aggiornamento continuo, meglio se coadiuvato
anche dalla presenza di analisti istituzionali, basato
sull’adozione di strumenti specifici quali scale di valutazione e
relazioni scritte.
Chi prova angoscia e smarrimento a questa proposta, reagendo magari con
irrigidimento sulla ipocrita posizione di chi preferisce
l’obbrobrio che conosce al mettersi in discussione per paura del
cambiamento, proprio e della propria struttura, dobbiamo ricordare che il lavoro stesso di comunità terapeutica ha in se qualcosa
di coraggioso e rivoluzionario che non può tollerare
codardia.
A questo scopo é stato organizzato un progetto di ricerca
finanziato dal Royal College of Psychiatrists inglese chiamato
Comunità delle Comunità che serve a stabilire gli
standard di qualità per le comunità psicoterapeutiche. Di
questo parleremo in maggior dettaglio in altro file.
Insomma qui o cambiamo (come da mandato culturale di questo movimento di comunità terapeutiche) o ci autoemarginiamo.
Vogliamo davvero che le comunità terapeutiche psichiatriche
vengano emarginate nel sistema psichiatrico stesso proprio
perché tradiscono i propri principi, di sfida dello status quo ?
Vogliamo veramente che la qualità di una comunità venga
misurata con l’indicatore di esito della mortalità di
reparto ? Vogliamo veramente essere tacciati da falsi profeti
perché non sappiamo dimostrare, nei fatti, differenze
sostanziali dai modelli delle cliniche dove per anni si trattengono
(e se costose intrattengono) i pazienti ? Crediamo veramente di
persuadere i nostri sponsor che il miglior metodo per fare
riabilitazione in comunità sia proprio quello di non avere un
metodo ?
Così come non si può pensare di operare
un’appendicite senza le minime nozioni di anatomia, allo stesso
modo non si può fare riabilitazione psichiatrica
efficace in comunità senza un training strutturato e continuo.
Il sottoscritto lo ha fatto e continua a farlo, non senza sacrificio,
riuscendo anche a promuovere workshops di formazione e a pubblicare,
talvolta, il proprio pensiero su riviste scientifiche
nell’intento di diffondere la cultura dell’approccio di
comunità….comportamento da seguire o da perseguire ?
Inviare a info@comunita.it
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